Cosmetic History

30 July 2017

Sin dalla preistoria l’uomo ha utilizzato la cosmesi per decorare il proprio corpo sia per fini spirituali che per intimorire e/o suggestionare il prossimo, utilizzando prevalentemente pigmenti minerali e vegetali (nero, rosso, bianco, giallo, ecc).
I primi documenti “ufficiali” relativi alla pratica cosmetica – come oggi la intendiamo – risalgono al 1500 a.C., e si tratta di alcune ricette trascritte sul papiro di Ebers, (anche se ricerche in antropologia/archeologia hanno rilevato che in alcune zone dell’emisfero est, soprattutto in India e in Oriente, alcune delle civiltà più antiche hanno documentato, già 5000 anni fa, sostanze e pratiche del tutto similari). [1]

In realtà anche nelle epoche precedenti si utilizzavano già terre colorate e profumate ma solo per specifiche funzioni liturgiche, quali quelle della mummificazione o per tenere lontani gli animali e le malattie. I segreti della preparazione, erano inizialmente ad appannaggio della sola casta sacerdotale. In ogni caso la figura più importante del tardo periodo precristiano ellenico e testimone della cultura del popolo egiziano in materia di cosmesi fu la regina Cleopatra.

Dopo la conquista della Grecia, anche i Romani impararono a prendersi cura del proprio aspetto fisico e ad assumere molte delle loro abitudini igieniche. I cosmetici utilizzati in casa dalle donne romane, richiedevano una preparazione giornaliera e venivano applicati con un adeguato cerimoniale da un gruppo di “cosmetae”, giovani schiave specializzate, sotto la supervisione di una donna più anziana, chiamata “ornatrix”.

Nella lingua inglese la parola cosmetico venne introdotta solo nel 1605 da Francis Bacon nel “Progresso della conoscenza” ma non verrà utilizzata correntemente nella lingua sino al 1650.

 

Pigmenti minerali e vegetali

Romani

Dame ferraresi della corte estense

In Italia, alla Corte estense, così come in molte corti rinascimentali, venne ripresa l’equazione degli antichi, in particolare degli antichi greci, per i quali la bellezza altro non era che una formula geometrica: il rapporto del profilo del naso con le spalle, con il seno e con la vita. Tanto che si potrebbe dire: per gli antichi era questo il segreto della bellezza.

Nell’epoca rinascimentale questo “approccio geometrico” viene riportato alla luce e assume grande importanza. Le opere di Cosmè Tura, di Francesco del Cossa, di Dosso Dossi, di Lorenzo Costa e del Garofalo offrono un’immagine di quanto fossero ricercate le belle dame ferraresi della corte estense. Le dame estensi curate ed eleganti sono quelle che si affacciano dal balcone, sospeso sotto il cielo, nella Sala del Tesoro di Palazzo Costabili, e le dame raffinate e sensuali degli affreschi del Salone dei Mesi di Palazzo Schifanoia.

Il canone di bellezza dell’epoca prevedeva carnagione chiara, capelli biondi, labbra rosse; per questo motivo la dama fuggeva alle radiazioni solari, a differenza del “cafone” che appare inscurito dalla vita nei campi.

La donna del Quattrocento, abbandonati gli austeri condizionamenti dei secoli precedenti, ha la massima cura della propria immagine.
Prima ancora che per ostentazione di opulenza, la cura della propria immagine aveva una finalità politica importante per intrattenere pubbliche relazioni. La cosmesi, come arte di rendersi amabili, raggiungerà nel Rinascimento l’espressione più alta, e al di là della finalità igienica, aromi e cosmetici erano soprattutto un potente mezzo di seduzione e di ostentazione.

Libretti, chiamati pubblicamente “secreti”, “lucidari”, “tesori”, raccontavano e consigliavano come diventare più belle.

La prima organica trattazione nel Rinascimento è di Caterina Sforza, che nei suoi “Experimenta” fornisce un vasto repertorio di “intrugli” di bellezza, ed accanto a questo documento si diffondono i libretti di segreti e ricette di profumi e cosmetici che rafforzavano ciò che veniva tramandato tradizionalmente per via orale fra madre e figlia o attraverso i consigli degli speziali (i farmacisti). Il contenuto di tali ricettari era vario e sicuramente stravagante: oltre ad indicazioni mediche, la trattazione si soffermava sulla magia, sull’astrologia, su ricette di cucina e anche su tematiche quali la fisionomica. I rimedi erano svariati: in alcuni casi si avvalevano di un approccio più scientifico mentre in altri erano più inclini al magico e superstizioso.

Nel Cinquecento, le scienze della natura – botanica e mineralogia – furono studiate con un rinnovato fervore, che favorì l’edizione di numerose opere scientifiche, nella quali si consigliavano erbe, pietre, minerali e animali, non solo per medicare ma anche per curare l’aspetto esteriore. I rimedi consigliati erano dunque del tipo più svariato: su base medica, erboristica, chimica ma anche magico/superstiziosa e “esperienziale”.

 

 

Uomo Vitruviano – Da Vinci

Erano gli anni in cui lo svizzero Theophrast Baumbast (detto Paracelso), alchimista, naturalista e commerciante in cure mediche, affermava in tutta Europa – tra le contestazioni della medicina ufficiale – le sue dottrine anti-intellettualistiche e anti-libresche, fondate sull’esperienza diretta e osservazione della natura: il medico “spagirico” doveva essere, oltre che medico, chirurgo e artefice pratico dei medicamenti. Nel suo vagabondare intellettuale e fisico Paracelso arriva a Ferrara più o meno negli stessi anni in cui anche il padre del pensiero revisionista, Copernico, si trova a Ferrara, e diventa il consigliere più importante di bellezza non solo del ducato estense, ma probabilmente dell’intera Europa.

Teoria Astronomica di Copernico

 

 

“Rinascimento e scienza sono un binomio inscindibile”, perché se la cura del corpo e del viso rappresentano una conquista antichissima per le donne nella civiltà occidentale, è proprio nel Rinascimento, per l’esattezza fra ’400 e ’500, che questa assume connotati potenti di coniugazione dei criteri di efficacia con quelli di estetica. Figure importanti di ricercatori “a tutto campo” medici-umanisti-scienziati fondono le occulte conoscenze “spagiriche” con quelle che derivano dalla medicina “ufficiale” e dalla cultura orale per comporre formule dalle proprietà mirabolanti. Ingredienti a volte improbabili ma gelosamente custoditi dalle corti, che alimentavano la forte competizione tra le “dame” del tempo.

I “secreti italiani

 

In uno studio congiunto recentemente condotto da Ambrosialab e l’Università degli Studi di Ferrara, (Master di II livello in Scienza e Tecnologia Cosmetiche (COSMAST) nell’ambito del progetto “la Cosmesi degli Estensi”1, e coordinato dai Proff. Stefano Manfredini, Silvia Vertuani e Chiara Beatrice Vincetini, è stata sviluppata una linea di ricerca volta a re-investigare l’ingredientistica delle antiche ricette Estensi, rivalutandola e riformulando in chiave attualizzata gli ingredienti stessi, cercando di interpretare le intenzioni dell’inventore.

 

“Medicina galenica, farmacologia aristotelico-ippocratica, cultura arabo-islamica convivevano infatti con un mondo ancestrale di pratica erboristica. Le tecniche abbastanza

semplici, patrimonio dell’epoca medievale occidentale (quali la decozione e la macerazione) si erano unite a quelle più raffinate del mondo arabo, talvolta di più antica origine, di cui è esemplare la distillazione. Da tale confluenza proveniva un ricco patrimonio di metodi estrattivi e di sistemi di preparazione, che attraverso i trattati rinascimentali è stato tramandato fino alle soglie dell’epoca contemporanea.

In alcuni casi, per poter risalire agli ingredienti utilizzati si è valutare comparativamente i ricettari di Cristoforo di Messisbugo, famoso Scalco, operante presso la corte estense nel ’500 (sepolto nella chiesa di Sant’Antonio in Polesine). L’antico formulatore però, accanto al brodo di cappone, panna del latte ed olio di mandorle utilizzava anche la “biacca” (carbonato basico di piombo) ingrediente incompatibile con i moderni standard di sicurezza, efficacia e gradevolezza ma estremamente efficace nel dare levigatezza alla pelle. La creatività dell’antico formulatore era dedicata a rendere un aspetto salutare a pelli spesso trascurate o precocemente invecchiate per l’alimentazione spesso inadeguata. Un aspetto essenziale a far apparire le dame sempre giovani e quindi “potenti” in quanto in grado di sconfiggere i segni del tempo, utile nella continua sfida tra corti rinascimentali. Un’arte gelosamente custodita, tanto da far si che le spie di Mantova cercassero di carpire a Ferrara i “secreti” di bellezza delle dame di corte. “Secreti” che, attraverso gli incroci dinastici, passeranno poi di corte in corte fino a raggiungere Parigi e da li la fama nel settore cosmetico della corte parigina.

 

A titolo di esempio si riporta la ricetta originale di una delle antiche formule recuperate e rivisitate nell’ambito dello studio condotto da Ambrosialab e dall’Università degli studi di Ferrara.

 

Belletto da far bella una donna e biancha

«Togli sugo de limoni crudi 1. 3, et togli libre 2 de porcellette piciole et meti in questo sugo et lassagliele tanto che si disfacino; all’hora agiongili queste cose dentro: lume de rozza, lume scagliola ana 1. 3, lume zucarina lib. 1, camphora gr. 3, borato dr. 4, oui freschi venti, cavi de latte 5, un capone, un paro de pipioni casalenghi piccoli et netti et fa che non tochino aqua et tagliali in pezzeti et così il capon et meti ogni cosa a stilare et salua l’aqua et metila al sole per 15 giorni et sarà in tutta perfectione».

 

[1] Il testo riportato è integralmente tratto da Silvia Vertuani, Chiara Beatrice Vicentini, Stefano Manfredini “il “canone” di bellezza estense, tra continuità ed innovazione”. Atti e Memorie, Rivista di Storia della Farmacia N.3 Dicembre 2014 Ernesto Riva Editore, Belluno, Italia. www.accademiaitalianastoriafarmacia.org